Alla Ricerca di Vivian Maier

09 Set 2018 FuoriFuoco @redazione
Alla Ricerca di Vivian Maier

Alla Ricerca Di Vivian Maier

di Giorgio Neri

Chi era Vivian Maier? Chi era Viv? Chi era la signorina Maiers?

Una spia? Una accaparratrice compulsiva? Una donna francese? Una donna americana? Una fotografa? Una tata? Un’accattona?

Niente di tutto questo.

Vivian Maier era candidata per essere una serial-killer.

Sola, senza un marito, senza figli, strappava brani di vita dagli altri grazie ad un lavoro più che comodo nelle grandi case dell’alta borghesia degli anni Quaranta. Fotografava tutto, sapendo come piazzare la sua camera Rolleiflex – la particolarità di questa macchina era che permetteva una visione del soggetto senza piazzarla sul viso del fotografo, dimodoché questi poteva avvicinarsi quasi senza sospetto.
Nata nel 1926, è morta nel 2009. John Maloof scopre nel 2007 un baule pieno di diapositive ad un’asta, ne rimane folgorato e cerca altro materiale.
Ma la Maier muore, senza che i due si incontrino – l’America è grande e trovare una persona che non vuol farsi trovare è un’impresa impossibile. Si mette in piedi il documentario per il 2013 mentre intanto Maloof comincia a far girare il nome della Maier per i vari musei del mondo, trovando anche il paesino francese in cui era vissuta per un periodo (ovviamente fotografando): Saint-Julien-en-Champsaur.
Il nome circola, la folla si accalca alle prime mostre.
È una persona sconosciuta con un grande senso dell’inquadratura e con un misterioso estro artistico che nessuno avrebbe sospettato in una semplice tata.
Fotografa vecchi e bambini, nelle pose della loro incertezza o dei loro sorrisi.
Fotografa gente disperata e gente che si tiene per mano.
Fotografa la strada piena di immondizia e il lusso.
Ma non basta,

Gira filmini di 8mm e 16mm e allora la sua esperienza visiva e debordante quasi si completa con l’immagine in movimento di bambini e feste di quartiere. Seguono le musicassette con la sua voce, poi i giornali con i titoloni su assassinii, stragi, stupri, ammazzamenti vari che tanto piacciono agli americani assettati di sangue (degli altri). Il lato oscuro si fa strada, è rigida e severa con i bambini, li dà in pasto ai bassifondi durante le sue scorribande fotografiche e odia gli uomini.
Gira il mondo per otto mesi all’incirca.
Tante altre fotografie, volti, luoghi, lei stessa.
Infatti, Vivian Maier fotografa soprattutto se stessa riflessa in ogni piccolo ritaglio di massa riflettente per capirsi viva nello spazio di un quadrato o rettangolo o cerchio.
Dentro la sua Rolleiflex.

Intanto, i soldi scorrono a fiumi post-mortem, si paga per vedere una di noi, del popolino che ha fotografato un popolino che è un po’ diverso da noi, uomini e donne del 2000. Abbiamo bisogno del bianco e nero, delle ridicole capigliature degli anni Sessanta, dello sporco lavoratore affamato degli anni Quaranta, dei volti beccati mentre ciangottano qualcosa, del bambino in calzoncini che piange. È un passato, uno dei molti, lei lo ha documentato e lo ha fatto come gli altri del suo periodo. Ma era una tata. E non ha voluto pubblicare.
Eppure sapeva di essere brava e voleva stampare qualcosa, nel paesino francese.
Non ne ha fatto nulla.

Ed è qui che il mito americano si spezza a differenza di chi si trova giustamente nelle scatole dei vari musei americani, ufficialmente come artista.

Vivian Maier si approssima all’altro come un serial-killer – ne insuffla il sigaro o ne sostiene lo sguardo – poi colpisce con la lama acuta dello scatto e va via. Ha ucciso la sua vittima – ha instaurato un rapporto tra assassino e vittima, quasi una copula che sicuramente non aveva mai avuto se non nell’incertezza di sé.
O nella brutalità, come si azzarda addirittura nel documentario.
Ma tutto questo cordone di esperti e neofiti si sarebbe venuto a creare se il fotografo sconosciuto e riscoperto fosse stato una prostituta? O un pappone? O uno spacciatore? O un accattone negro? O un drogato lituano? O uno strozzino ebreo? L’American Way Of Life ha bisogno di miti meno cupi…

Così Vivian Maier non sarà mai un’artista al pari degli altri tanto osannati, e su cui si scrivono libri, e tornerà nelle centinaia di bauli pieni di oggetti e rullini.

Perché?
Perché non ha mai saputo scegliere.

Non basta mangiare molto per essere sazi.

Non basta buttare giù uno schizzo per avere il quadro.

Non basta scrivere una frase di getto per credere che sia quella giusta.

Non basta fotografare tutto per essere fotografi.

Bisogna scegliere e fare sacrifici al dio del Tempo e dello Spazio.

Vivian Maier avrebbe dovuto bruciare molto per stillare gocce di arte.

Ma era una serial-killer e non si può dire cosa fare ad una serial-killer.

http://www.vivianmaier.com/film-finding-vivian-maier/

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