Il cavaliere Paz

18 Feb 2019 Il Cortile @redazione
Il cavaliere Paz

Il cavaliere Paz

Testo e foto di Gabriele de Marco

Ritrovo le foto di Andrea tra i meandri del mio archivio: qualche diacolor e un intero rullo di negativi bianco e nero di cui avevo perso le tracce. Si erano nascoste talmente bene che erano riuscite a passare indenni tra i vari traslochi degli anni precedenti. Ogni tanto, però, senza che io muovessi un dito, qualche immagine spuntava su una pubblicazione. Sembrava vivessero di vita propria. Sicuramente qualche copia lasciata in redazione era stata successivamente distribuita dall’indispensabile, quindi inevitabile, Vincenzo Sparagna, direttore del più trasgressivo ed affascinante mensile degli anni ottanta: “Frigidaire”, con il quale intessevo un emozionante (e qualche totalmente gratuito) rapporto di collaborazione. Per me, accanito fan della rivista e della quasi totalità dei suoi autori, arrivare alla redazione in vicolo della Penitenza fu come per Bart Simpson arrivare davanti alla porta di Mad Max e sbirciarci dentro. Ma io riuscii fare di più: entrai! (e ciucciati il calzino, Bart).

Non ho mai capito se una delle ragioni per la quale ho iniziato a fare il fotografo sia stata proprio la scusa per conoscere «quelli di “Frigidaire”, famosi per scrivere le storie che erano il carburante per far volare l’immaginazione di noi giovanissimi.

Così, tra proposte e pubblicazioni, correzioni di bozze, volontariato e – raramente – assegni postdatati – inizio a conoscere quelli che erano i miei miti. Ma conoscere un mito può rivelarsi pericoloso: l’immagine che hai costruito nella tua testa è cosi idealizzata che il più delle volte la conoscenza personale può risultare una delusione. Ma con “quelli di Frigidaire” la parola delusione non aveva significato. Anche se quasi tutti erano diversi da come li avevo immaginati, l’originalità di ognuno era motivo di sorpresa.

Con Andrea fu diverso. Lui era esattamente come lo immaginavo: un tipo con un’energia inesauribile, che contagiava chiunque gli stesse intorno. A differenza del più riservato Scozzari, del nuvoloso Liberatore, e del timidissimo genio Stefano Tamburini – il cui carattere esce fuori precisissimo proprio in una vignetta di Paz, che lo immagina su una nuvola mentre legge “La leggenda di Italianino Liberatore”, ed esclama: «AH! mi nomina, ma tra parentesi!» – Andrea si rivelò un personaggio particolare, per il quale ogni definizione risulta esagerata o riduttiva, perché per descriverlo bisognerebbe liberarsi dalle parole e ricorrere alle emozioni.

Ecco forse perché le immagini sono state per me il modo più naturale per raccontarlo. Libere da definizioni e limiti “verbali” le foto riescono a raccontare attraversando strade meno razionali di quelle percorse dalla scrittura, sicuramente più vicine a quelle intraprese da Paz nella creazione delle sue storie. E come lui incorniciava i suoi personaggi dentro le sue vignette, io lo inquadravo nel mirino della macchina fotografica, illudendomi di riuscire a catturarlo; cercando di fissarlo sulla pellicola provavo, in qualche modo, a rubare una piccola parte della sua anima.

Con queste cattivissime intenzioni arrivo, nella primavera del 1987, a Montepulciano, nel bel casale padronale dove vivevano Andrea e Marina, per tentare di impossessarmi di una briciola dell’anima di Paz. Delle foto che riporto a Roma non distribuisco quasi nulla. Sviluppo i negativi, porto qualche scatto in redazione (quelli che poi sbucarono in giro), e tra tutte ritrovo la mia briciola. Ci faccio una stampa 24×30 per metterla tra le mie preferite. Ritrae Andrea vestito da cavaliere. Ricordo che mi apparve così, dopo che era sparito per qualche minuto, proprio mentre stavamo scattando nel parco intorno alla casa.

Vedendolo mi misi a ridere, e scattai la foto.

Pubblicato sul volume curato da Franco Giubilei: Vita da Paz, Storia e storie di Andrea Pazienza,Blavkvelvet edizioni, Firenze, 2011

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