Il fotografo di Mauthausen

26 Apr 2019 FuoriFuoco @redazione
Il fotografo di Mauthausen

Il fotografo di Mauthausen

di Alberto Placidoli

“Il fotografo di Mauthausen” diretto da Mar Targarona, uscito in Spagna il 26 ottobre 2018, racconta l’eroica impresa di un fotoreporter catalano, Francisco Boix, classe 1920, militante comunista oppositore del franchismo e del fascismo, catturato mentre combatteva nella legione straniera francese e rinchiuso a Mauthausen il 27 gennaio del 1941. Tratto da fatti realmente accaduti, è la storia del fotografo Boix che riuscì a salvare dal rogo 20.000 negativi degli orrori delle SS nel lager. Sull’argomento è stato realizzato dalla Gargaud-Lombard anche un fumetto per far conoscere la storia del fotografo e dei suoi compagni, come dice la sceneggiatrice Salva Rubio, ma anche l’olocausto spagnolo e il destino dei suoi sopravvissuti. Per dovere di informazione ritengo di citare anche gli altri due autori: Pedro J. Colombo per i disegni e la colorista Aintzane Landa. In Italia il fumetto è stato pubblicato dalla Collana Historica Special curata da Mondadori Comics. “Qualcuno aveva contato ben 35 modi di morire a Mauthausen. Io avevo finito per conoscerli tutti alla perfezione”, sono le parole pronunciate da Boix che fu un testimone importante, unico spagnolo, durante il Processo di Norimberga e di Dachau nel 1946.

All’interno del lager Boix viene destinato per la sua esperienza di fotografo durante la guerra civile spagnola al laboratorio fotografico, sotto la direzione dell’SS-Oberführer Paul Ricken “gli occhi di Mauthausen”. Compulsivo, maniaco, mistificatore e guardone, sempre con l’inseparabile Leica. Probabilmente si trattava di una IIIb o IIIc stepper, la fotocamera militare destinata alle forze armate, della quale il regime nazista aveva impedito la vendita a soggetti che non avevano il potere delle “SS” o dei soldi “$$” necessari a finanziare le spese militari. La fotocamera che si vede è nera, perché al tempo della guerra veniva verniciata per la mancanza di cromo. Tra il 1941 e il 1943, accanto al numero di costruzione, che come sappiamo in Leica è sequenziale, era riportata la lettera K che poteva significare cuscinetti a sfera “Kugellager” o anche KalterFest, cioè resistente al freddo. Boix viene destinato al servizio di identificazione allo scopo di ritrarre i volti dei prigionieri, stampare fotografie private delle SS e fare da assistente a Paul Ricken che riprendeva tutto, maniacalmente, tra cui la costruzione di immagini con falsi internati per fini propagandistici. Mirava sempre a fare arte anche con la morte, facendo posizionare le luci e sistemare i corpi dei cadaveri nel punto migliore per la prospettiva: “alcune volte bisogna ritoccare le foto, altre volte solo cambiare la messinscena”. Lo si vede anche mentre esegue una mascheratura sotto l’ingranditore e alludendo alla fotografia artistica pronuncia il nome di Pieter Bruegel. Sarebbe stato interessante vedere quali immagini aveva sotto gli occhi, ma pensando alla sua natura perversa quasi sicuramente a qualcosa che alludeva al “Trionfo della morte”. Nelle foto di posa è riconoscibile una “Speed Graphic” 4×5”, forse una Graflex (Kodak) la fotocamera dei reporter americani come Arthur Fellig noto come Weegee. Ma nel film compare tra le mani di Boix, costretto a fotografare durante la festa di compleanno del figlio del Comandante del KL di Mauthausen Franz Ziereis, anche una Kodak a soffietto. Sembra trattarsi di una fotocamera 620 Vollenda, formato 6×9, con obiettivo 105/4,5, costruita in Germania dal 1934 al 1939. Nel corso dei dialoghi del film Ricken pronuncia diversi altri aforismi quali “la realtà non esiste, dipende solo dal punto di vista” e anche “un buon fotografo deve essere capace di dipingere con la luce” e ancora “la fotografia è fatta di luce, ma per funzionare ha bisogno del buio”. Nonostante la condizione fortunata per l’incarico svolto che gli consentiva di ottenere vari privilegi come cibo, sigarette e anche il contatto con una prostituta, Boix mettendo a repentaglio la propria vita e quella di alcuni compagni comunisti che riesce a coinvolgere nell’operazione, fa di tutto per salvare dal rogo i negativi delle riprese che attestavano i crimini delle SS sui prigionieri. Nelle fotografie mostrate a Norimberga, un esempio della strategia perversa, sadica e cinica che contemplava la sofferenza raffigurava la “scala della morte” della “Wiener Graben” cava di granito, fiancheggiata dal “muro del paracadutista” alto 40 metri. Come nell’inferno dantesco, i prigionieri erano costretti a salire i 186 gradini portando sulle spalle enormi blocchi di pietra del peso di 80 chilogrammi. Ma la foto più raccapricciante è quella della punizione “esemplare” inferta ad un prigioniero austriaco che aveva tentato la fuga, ripreso mentre viene condotto al patibolo sotto gli sguardi dei detenuti, preceduto da una orchestrina che suona ironicamente “Tornerai”. Alcuni attribuiscono la fotografia a Boix ma nel film appare scattata dall’SS Ricken. Boix è sconvolto da ciò che vede intorno a se e decide di mettere in atto il suo pericoloso piano. Purtroppo i pochi anni che Boix riuscì a vivere dopo la liberazione da parte degli americani avvenuta il 5 maggio del 1945 non furono facili. Fu costretto a restare a Parigi perché in Spagna il regime franchista lo avrebbe rinchiuso e torturato e fu messo al bando anche dal partito comunista che lo considerava un collaborazionista in quanto sopravvissuto. Perse l’unico amico che aveva, non ebbe modo di rivedere la sua amata sorella Nuria e non riuscì a trovare l’amore che aveva cercato. Grande delusione la ebbe anche al processo di Norimberga dove si presentò spontaneamente ma riuscì a parlare davanti ad una Corte frettolosa, come rappresentato nel fumetto, indifferente e annoiata. Perché un fotografo per quanto bravo non riuscirà mai a portare nelle immagini i rumori e il fetore di un campo di sterminio. Francisco Boix è morto a Parigi a soli 31 anni, e grazie ai francesi i suoi resti sono stati portati nel cimitero di Père Lachaise, dove sono onorati gli eroi della Resistenza, a poca distanza dalla tomba di Gerda Taro.

Erich Lessing, pioniere del grande fotogiornalismo europeo del Novecento, sosteneva che un documento che non cambia nulla non é un buon documento e qui la fotografia ha veramente contribuito a cambiare, sfruttando in pieno il suo “primato”, quello di rendere credibile ciò che fa vedere, anche se il negazionismo dell’Olocausto è duro a morire.

Pensare al valore della fotografia come documento è anche ricordare Lewis Hine che con le immagini riprese tra il 1906 e il 1914 sul lavoro minorile riuscì a far votare le leggi sulle limitazioni e lo sfruttamento del lavoro infantile.

Concludo con due frasi celebri di Susan Sontag: “Le immagini fotografiche riescono ad usurpare la realtà perché, prima di tutto, una fotografia non è soltanto un’immagine, un’interpretazione del reale; è anche un’impronta, una cosa riprodotta direttamente dal reale, come l’orma di un piede o una maschera mortuaria”. E sul tema: “Quando vidi per la prima volta le foto scattate dagli americani nei campi di concentramento nazisti qualcosa dentro di me si indurì per sempre, e qualcosa continua a piangere ancora adesso”.

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