In Amazzonia con Sting

26 Apr 2019 Il Cortile @redazione
In Amazzonia con Sting

In Amazzonia con Sting

Testo e foto di di Daniela Facchinato

Il primo incontro con Sting, la moglie Trudy Styler e il capo tribù Raoni, avviene nella loro grande casa piena di amici, a Wimbledon.

E’ una pausa del tour mondiale organizzato dalla Raiforest Foundation allo scopo di sensibilizzare capi di Stato e opinione pubblica in favore della sopravvivenza della Foresta Amazzonica e dei suoi abitanti, che il progressivo disboscamento condanna all’estinzione. Gli indios, stimati cinque milioni all’inizio del secolo, sono 200.000 nel 1989.
La terra, prima coperta da foreste e ora disboscata, non ha uno strato di humus sufficiente per essere coltivata e in poco tempo diventa deserto.
“Quando le foreste saranno distrutte, non ci sarà più ombra e allora un forte vento comincerà a soffiare e il sole diventerà bollente”, dice Raoni.
Raoni siede davanti al televisore acceso, completamente rapito. Borbotta e sbuffa, facendo traballare il grosso piattino tribale infilato nel labbro inferiore, ogni volta che un ospite passa inavvertitamente tra lui e il magico apparecchio.
Sono curiosa di sapere come il capo tribù dei Kaiapò ha reagito alla vita del mondo occidentale. Sting racconta che la cosa più sorprendente per Raoni è che l’uomo bianco per dormire debba pagare: una stanza d’albergo, un letto in un ostello, l’affitto di una casa. Gli indios quando hanno sonno semplicemente si sdraiano e dormono.

Si cena in un’enorme cucina con un lungo tavolo di legno davanti al camino acceso. Fuori i prati e il bosco. Lungo le pareti della scala che sale ai piani superiori è appesa una distesa di dischi di platino.
I commensali si alternano per cucinare e servire, senza ruoli precisi.
Trudy, soprannominata dagli amici “Cavallo pazzo” è l’anima della Rainforest Foundation, fortemente da lei voluta e sponsorizzata. Fa gli onori di casa e discute del progetto che le abbiamo sottoposto: un documentario prodotto da Massimo Osti Studio e girato nella riserva dello Xingù da una piccolissima troupe (il regista Renato De Maria sarà anche operatore) che seguirà Raoni nel suo viaggio di ritorno. Si decide il titolo: “Raoni’s return”.
Il tour mondiale, partito per sensibilizzare il mondo sull’urgenza del dramma vissuto dagli indios, dopo tre mesi si avvia al termine.
Ci si rivedrà a Madrid prima di partire per Rio de Janeiro.

Al Copacabana Hotel restiamo per giorni ad oziare in piscina in attesa di documenti e permessi. Nell’attesa Sting incide un pezzo con Caetano Veloso e una sera fa un rapido bliz sulla spiaggia di fronte all’hotel. A sorpresa salta sul palco allestito per un concerto gratuito e canta Message in the bottle con gli amici brasiliani. Il pubblico è in delirio! Corriamo via con lui appena finito il pezzo, per sfuggire all’entusiasmo degli spettatori rimasti senza parole.

Sting ha il classico umor inglese. Quando gli chiedo con che mezzi arriveremo al villaggio di Raoni, mi spiega con accurati dettagli che partiremo con due piccoli aerei, poi ci paracaduteranno nel fiume e di lì a nuoto arriveremo a destinazione. Si sa purtroppo che i fiumi in Amazzonia pullulano di piranas…

Per ottenere i visti per entrare nella riserva dello Xingù aspettiamo quattro giorni a Rio e altri quattro a Brasilia. Ci sottopongono ad esami medici per assicurasi che siamo in buona salute (gli indios muoiono per un nostro banale raffreddore). Raoni, Sting e Jean Pierre Dutilleux partecipano a riunioni su riunioni dove arguti politici locali cercano di capire (e forse arginare) lo scopo della spedizione.
Persino alcuni membri del Funai, l’associazione di protezione degli indios, si mostrano sospettosi.

Infine partiamo in sei da Brasilia con due Cessna da tre posti l’uno.
Prima tappa Kubencraken, un piccolo villaggio semideserto e pieno di polvere soprannominato BangBang, perchè i fazendero che arrivano per ubriacarsi il sabato sera provocano risse che finiscono sempre con una sparatoria.
Ci riforniamo di cibi e bevande all’unico spaccio e ci concediamo una bibita al chinino nel saloon. Bang Bang è un posto desolato. Il vento alza la polvere in piccole trombe d’aria. Come dice Raoni: “…Quando gli alberi sono tagliati non resta che polvere”.

La mattina dopo saliamo con due guide indios sui “barco”, due strette scialuppe che ci porteranno a Metutyre.
Lungo il fiume facciamo tappa più volte lungo le rive, dove al nostro arrivo, spuntati dal nulla, si accalcano piccole folle di indigeni di tribù amiche. Raoni, capo tribù dei Kaiapò, deve salutare e fare le condoglianze alle famiglie degli indios che hanno avuto lutti mentre lui era in viaggio. Il cerimoniale è semplice e sempre uguale. Raoni scende a riva, alza il braccio destro davanti agli occhi e recita una sorta di pianto corale con i parenti del defunto.
La malaria sta decimando gli indios e i capi pensano di spostare i villaggi in una zona più salubre. Per questo hanno chiesto alla Massimo Osti il dono di una barca grande che possa permettere il trasloco.

Metutyre è un semplice ampio cerchio di larghe capanne facilmente individuabile nella distesa verde e incontaminata della giungla, a poca distanza dal fiume.
Ci accolgono con una festa fatta di danze che mimano una sorta di corteggiamento.
Le donne, alcune ragazzine giovanissime, danzano nude, i corpi colorati di rosso, adorne di collane rosse e blu. Avvighiate una all’altra fronteggiano la fila dei ragazzi che si tengono per mano, i fianchi coperti da sbiaditi pantaloncini. I due fronti si avvicinano fin qualsi a scontrarsi, poi si ritraggono e si avvicinano di nuovo, in una danza armoniosa.
Il fango che li colora protegge la pelle dalle zanzare e copre la nudità come fosse un vestito.

Quando viene buio i bambini più piccoli, coi volti dipinti di righe nere e i capelli rasati, giocano con le ombre della nostra lampada a petrolio, una magia mai vista prima.

Un’importante riunione di capi tribù si terrà l’indomani in un villaggio a poche ore di barca da Metutyre.
Raoni, insieme a Sting e a Jean Pierre Dutilleux, che ha un ruolo organizzativo all’interno della Fondazione, deve riferire tutto quanto successo nel suo lungo tour e discutere le decisioni da prendere in merito alle promesse che i vari capi di Stato mondiali hanno fatto per la savaguardia della foresta amazzonica e delle sue tribù.
Le opinioni sono diverse e la discussione, tradotta in portoghese, molto accesa.

Io esco dalla capanna dove sono radunati i capitribù e mi dedico a fotografare gli indios.
Gli abitanti di questo villaggio hanno copricapi diversi e così pure le pitture che decorano i corpi delle fanciulle.
Tornati a Metutyre dormiamo in un’unica grande capanna, vestiti, con tanto di giacche impermeabili, nelle amache strettamente avvolte nelle zanzariere che non riescono a proteggerci dalle punture. Abbiamo già braccia e gambe piene di bolle. Non c’è scampo agli insetti. Abbiamo ingurgitato barattoli di vitamina B12 perché il suo odore non piace alle zanzare e abbiamo rovesciato interi flaconi di repellente sulle mani, la faccia e impregnato i vestiti, senza successo.

All’alba, mentre le donne lavano i bambini nel fiume, sullo spiazzo circondato dalle capanne gli uomini fanno i discorsi di addio e si scambiano doni. Raoni e gli altri capifamiglia ci abbracciano calorosamente.
Acquisto un diadema di piume colorate, enorme, ma l’anziano che me lo vende non è per nulla soddisfatto dei pochi biglietti da cento dollari che gli consegno. Dutilleux lo rassicura spiegando che ognuno di quelli vale cento di altri biglietti da un dollaro. E’ perplesso, ma decide di fidarsi.
Riprendiamo la barca e poi i due piccoli aerei per tornarea Brasilia, con la paura di lasciarci alle spalle un mondo che probabilmente non sopravviverà.

Amazzonia 1989

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