Insane dei Korn – videoclip

09 Set 2018 FuoriFuoco @redazione
Insane dei Korn – videoclip

Insane

di Giorgio Neri

Nessuno sa che sono pazzo?

Nel 2016 esce l’album The Serenity Of Suffering dei Korn. Uno dei singoli estratti, Insane, è accommpagnato probabilmente dal miglior videoclip dell’anno.
Diretto da Ryan Valdez, in scena vediamo l’apprensione e l’ansia di un fotografo del XIX secolo nel momento in cui deve fotografare una morta, seduta dinanzi a lui.
Le fotografie dei morti non erano semplici ricordi da fornire, a pagamento, ai familiari del defunto ma vere e proprie concrezioni su celluloide di un ricordo di vita e di serenità – e “la serenità della sofferenza” è la traduzione italiana del titolo dell’album del gruppo… Vita e serenità che, forse in maniera un po’ macabra forse un po’ masochisticamente, ci si ostinava a ricordare per mezzo del perfetto belletto su una giovane figlia morta di tisi o nella placidità sonnolenta di un bimbo morto prematuramente o nello splendore di una divisa da soldato di un giovane figlio.
La vita dovrebbe vincere sulla morte, almeno nelle fotografie.
La defunta immobilizzata – che sta per essere eternizzata dalla foto – è anticipata dagli animali impagliati che si vedono all’inizio del videoclip. Dopodiché si trucca pesantemente il viso della giovane defunta, si sposta il grande apparecchio fotografico per mettere a fuoco il soggetto e si inizia un lavoro semplice.
Ma…esiste una comunicazione tra l’occhio del fotografo e l’occhio vitreo di un morto?
Ryan Valdez afferma: “In origine, la modella doveva essere viva mentre il fotografo vedeva qualcosa di oscuro nell’obiettivo, ma mi piaceva più l’idea che la defunta fosse animata, donandole la vita e l’anima piuttosto che portargliela via.”
E, improvvisamente, esplode la “follia”, che altro non è che il dubbio del cervello insinuatosi tramite l’occhio, questo organo così innalzato a estremo giudice su ciò che è vero e ciò che è falso.
Quello che il fotografo vede tramite l’obiettivo è frutto della sua immaginazione – l’urlo di rabbia o il candido sorriso di una giovane donna che voleva ancora vivere – oppure essa stessa, realmente, vorrebbe fuggire dalla gabbia in cui il corpo morto la imprigiona e perciò sta comunicando col fotografo?

Quest’ultimo aspetto è uno dei principi su cui si basa uno dei tanti tipi umani che esemplificano la dualità dell’essere “anormale”: il pensiero sano ingabbiato in un corpo insano o la coscienza lucida e precisa incatenata al balbettio esteriore. Quanto può essere orribile e raccapricciante apparire folli dinanzi agli altri quando il proprio cervello è cristallino ma impossibilitato ad esprimersi?
Tecnicamente, nel videoclip, si ha un’ottima concettualizzazione visiva del tormento schizofrenico di un morto che urla o si abbandona ad un altrove da cui voler fuggire, con l’uso di un bianco e nero grigiastro e il carrello circolare. La gabbia è un altrove sconosciuto, pare, e la morte è follia perché assenza di libertà. Ed è così potente, questa forza della vita, da tracimare nella realtà del colore ma circoscritta soltanto nel circolo dell’obiettivo, invisibile ai più.
Poi arriva lo scatto.


Come per qualsiasi interruttore, nel momento in cui si spinge un bottone, per accendere o spegnere (la vita?), non si può tornare indietro.
Una volta nati, si cresce.
Una volta morti, si scompare dal marciapiede dove prima si passeggiava.
Si lascia spazio agli altri.
La foto è scattata, il lavoro è stato terminato ma la visione di un altrove tormenta il fotografo: ha visto quel rapido movimento degli occhi della defunta? È morta davvero?Cos’erano quelle grida o quegli inviti danzanti in un mondo altro?
Allora, il fotografo si fotografa.
E la visione di un altrove lo rende un volto scavato dagli occhi quasi bianchi, come un veggente o un morto accecato – in poche parole, un uomo perduto dentro il circolo dell’obiettivo fotografico che urla e vuol scappare. Invece, scomparirà.

Ryan Valdez: “Amiamo ignorare la faccia della morte, ma non dimentichiamo che essa è umana, e reale.”

Non bisognerebbe mai fotografare se stessi quando si è vivi.
O sani di mente.
Perché si viene a creare un doppio, un doppelgänger, e come dice la leggenda: quando si vede il proprio doppio, si è destinati a morire.

https://www.digitalrev.com/article/talking-with-the-director-of-korn-s-death-photography-music-video

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