One Hour Photo di Mark Romanek

21 Giu 2018 FuoriFuoco @redazione
One Hour Photo di Mark Romanek

One Hour Photo (2002)

di Giorgio Neri

Non si può pretendere di aver visto realmente qualcosa prima di averlo fotografato” disse lo scrittore Emile Zola.

Si sbagliava.

O meglio, e il film di Mark Romanek trova il suo punto focale in questo, la fotografia – così come il cinema – non hanno niente a che vedere con l’obiettività. Lo stesso protagonista, Sy Parrish (interpretato da Robin Williams) lo spiega ad inizio del film, nella stanza dell’interrogatorio. Ognuno fotografa o riprende (o monta) i ricordi più belli e felici della vita; nessuno si sognerebbe di inserire in un book la propria faccia arrabbiata o piagnucolante.

Il dolore – forse la morte – deve sparire.

Così Sy Parrish, scoprendo che la famiglia a cui si era affezionato è in realtà minata da un padre fedifrago e dalla sua amante, metterà a conoscenza del tradimento la moglie (stampando le foto dell’amante che, per puro caso, le consegna al protagonista, che lavora ne laboratorio fotografico di un centro commerciale) e organizzerà una spedizione punitiva di umiliazione nei confronti dei due amanti libertini.

Mark Romanek gira con il righello; ogni inquadratura è simmetrica e precisa, la fotografia è bianca e piacevolmente lattea nel centro commerciale (il luogo per eccellenza del Nulla; il bianco è assenza di colori, in fin dei conti…) e iperrealista, satura, luccicante nel resto del film. Si direbbe: patinata. Perché è questo in fondo il concetto di base, alquanto nichilista, dell’intera operazione filmica. Tutto è preciso, calcolato, impeccabile; in una parola, c’è il Bello. Lo spettatore gode di un cinema che è cinema. Eppure, se si scava nella trama, si assiste alla storia di un uomo solo, che ha sviluppato una mania per tre persone (padre, madre e figlio) che non hanno nessuna intenzione di conoscerlo (la scena del riavvolgimento della macchina fotografica, immersa in un silenzio imbarazzante, lo spiega bene): del resto, perché dovrebbero? Sy Parrish non conta nulla, come milioni di altre vite; si prosegue con una famiglia che è un’impalcatura di bugie. Fino al passato di abusi sessuali nei confronti di Sy Parrish: lo si intuisce solo in due frasi, alla fine del film. Ma è uno snodo narrativo messo a posta e finto, troppo appiccicaticcio: il nichilismo dell’operazione filmica si ferma qui, ritorna la normalità e il pubblico respira, Sy Parrish è un malato, punto e basta.

Se non ci fosse stato, l’assunto di base del film sarebbe stato aberrante: un film bello esteticamente, che racconta di come ciò che è brutto è assente dai ricordi tangibili dell’esistenza umana (foto e film), non potrebbe esso stesso nasconderci ciò che di brutto e squallido vi è nella rappresentazione di una vita, anche se immaginaria?

Non sta utilizzando gli stessi mezzi che denigra?

Non è colpevole?

No, perché Mark Romanek non è un “malato” come Sy Parrish.

Ma ne siamo sicuri? Perché a ben guardare…nessun centro commerciale è così ordinato; nessun laboratorio fotografico è così asettico; nessun esterno è illuminato così gradevolmente da donare agli occhi una pura soddisfazione visiva; nessuna auto è così lucida; nessun appartamento è così pulito; nessun frigo è così vuoto; nessuna stanza di interrogatorio è candidamente bianca… Il film One Hour Photo mente e usa la menzogna per raccontare una menzogna. Per Romanek la verità è solo negli oggetti e nei dettagli inutili: sono le fotografie che alla fine del film Sy Parrish dispone sul tavolo. Raccontare una vita non è mai bello, sembra dirci Romanek, perché nessun uomo è perfetto e bravo e buono. E felice, davvero. Rimane solo l’idea di una bella immagine. L’imperfezione è eliminata, tranne quando un fotogramma viene tagliato per sbaglio di Sy Parrish, all’inizio del film. O quando ripensiamo al sorriso di Robin Williams, mattatore istrionico, per poi ricordarci bruscamente che è morto suicida.

 

Mark Romanek è un regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense.
Filmografia: Static (1985)  –  One Hour Photo (2002)  –  Never Let Me Go (2010)

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