Peonie

07 Giu 2018 Fotostorie @redazione
Peonie

Peonie

Testo di Isabella Costantini – foto di Antonella Di Girolamo

E’ l’ultima peregrinazione per San Pietroburgo, sotto un’impalpabile pioggia di luglio: uno sguardo d’addio alla Neva, due passi lungo la Prospettiva Nevskj, qualche acquisto indolente nelle botteghe dei sottopassaggi, gremite di merci.
Il prossimo appuntamento è alla stazione Moskovski, sotto il grande orologio che ricorda la scena di un film in bianco e nero – inquadratura dal basso, ombre lunghe e lancette che si muovono lente, uno scatto per ogni percettibile frazione di tempo -.
Il treno per Petrozavodsk, Karelia, dovrebbe partire dopo una quarantina di minuti.
Impegnati a sistemare biglietti e bagagli, veniamo bloccati dalla telefonata improvvisa che sconvolge Irina, la nostra giovane guida. Il russo scorre come un fiume in piena, impenetrabile e minaccioso, dalla bocca nervosa al cellulare stretto all’orecchio in modo convulso.

– Starà litigando col ragazzo… – azzarda qualcuno, per tirarsene fuori.

– C’è qualche problema. -conclude un altro. E coagula l’ansia di tutti.


Quando Irina interrompe la conversazione ci guarda con occhi lucidi e determinati.
– Hanno inaugurato la nuova stazione Ladozshki: adesso i treni per Petrozavodsk partono da lì. Dobbiamo arrivare ad ogni costo in tempo, o salta la prenotazione, il biglietto e il resto del viaggio. In questo periodo non si trova più posto… -.
Non c’è tempo per le domande, figurarsi per le recriminazioni.
Ci catapultiamo dietro di lei giù per le interminabili scale mobili, dal suolo alle sue viscere perennemente tiepide. A stento troviamo il fiato per le informazioni di servizio:

– Dobbiamo cambiare? –

– A che stazione dobbiamo scendere? –

– Pensi che ce la faremo? –

Attraversiamo precipitosamente i vasti e soffocati spazi della sotterranea, scanditi da luci artificiali che rendono lividi i nostri volti.

Ci circonda un odore ferroso, gli zaini contengono piombo e il sudore è metallo fuso. Cambiamo al volo un paio di treni e arriviamo alla stazione Ladozshki esattamente cinque minuti prima della partenza.

Sulla banchina, il treno lo possiamo toccare ma non possiamo prendere posto: ci blocca una ruvida e massiccia capotreno, che ha il compito di controllare scrupolosamente elenchi e biglietti cercando, tra documenti d’identità italiani ed approssimative trascrizioni in cirillico, le doverose corrispondenze.

Qualche santo – sicuramente ortodosso – ci assiste: siamo talmente disperati e convincenti che riusciamo a salire, superando anche l’ultima prova.

Recuperiamo le nostre cuccette senza ulteriori sforzi; dopo quanto accaduto, del resto, non li potremmo sostenere.

Condivido lo scompartimento con un uomo di mezza età, immerso nelle parole crociate, e una giovane coppia sommersa dalla reciproca tenerezza.

Il ragazzo – biondi capelli rasati, deliziosamente attraente – m’aiuta a sistemare i bagagli senza una parola, con un sorriso che le sostituisce tutte.

Il ‘gruppo vacanze’ si riunisce dopo poco, nello scompartimento attiguo, per una cena fredda russa a base di pane nero, cetrioli ed aglio in salamoia, formaggio, affettati, aringhe affumicate e vodka. Quest’ultima trasforma il cibo, piuttosto essenziale, in qualcosa di assolutamente corroborante e delizioso e ci rende tutti decisamente languidi e pacificati con il mondo.

Quando mi corico, stremata, possiedo la ferma certezza di prendere subito sonno ritmata dal respiro del treno.

Una fermata improvvisa la spezza proprio mentre la coscienza si sta sfilacciando in un sogno di corse tra corridoi oscuri ed altrettanto oscuri pericoli in agguato. Sveglia, con gli occhi attenti alle luci sulla banchina e le orecchie tese alla ripresa del movimento ipnotico, colgo un movimento nel riverbero giallo della cuccetta sottostante. È il giovanotto: sta uscendo velocemente dallo scompartimento mentre la ragazza lo osserva con ansia attraverso il vetro.

Non ho il tempo di definire le mie ipotesi – un litigio, un addio… – che è già di ritorno dalla banchina. Ha in mano un mazzo di peonie: splendide, carnose, d’un pallido lilla che preavverte l’aurora, ormai non troppo lontana vista la brevità di soffio delle notti bianche.

Lei lo abbraccia con abbandono; sistemano in silenzio i fiori in una bottiglia di plastica che l’acqua riempie a metà: poi si distendono e cadono addormentati tra una frase e l’altra come bambini.

Mi sveglio poco prima dell’arrivo. Sono le quattro ma il sole è già alto: un raggio obliquo cade pieno di promesse e riflessi nel liquido trasparente in cui s’immergono, dritti e turgidi accanto al finestrino, i gambi delle peonie sotto il trionfo definitivo dei petali e la scansione, affettuosa, della luce.

Commenti

Rosanna Fagioli 22 Giugno 2018 @ 17:04

È in racconto, che pur nella sua brevità,attrae ed intriga già dalle due prime parole che riescono ad immergerci subito in un’ambientazione fascinosa. Il ritmo narrativo e’ agile e aderente al soggetto, la cui trattazione rivela il talento e la vasta cultura dell’autrice. Non manca nel finale un delicato soffio poetico.

    @redazione 13 Luglio 2018 @ 19:08

    ciao Rosanna
    grazie mille per le tue parole
    è vero, il racconto di Isabella cattura con la sua poesia
    la redazione

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