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Apparent Million Age di Antonella Di Girolamo

21 Giu 2018 @redazione

L’età dei numeri intervista di Melissa Neri
Il tempo è denaro dice un vecchio e forse saggio proverbio, ma esattamente quanto? 31 volti di persone comuni rispondono alla domanda con calcoli alla mano, mettendo a disposizione i loro dati sensibili. Questo è AMA – Apparent Million Age – il progetto fotografico di Antonella Di Girolamo, che ci porta a riconsiderare il denaro e il nostro tempo per una maggiore consapevolezza della realtà. Da una parte l’individuo, dall’altra i calcoli, nel mezzo uno scatto di verità. 
La mostra è stata esposta a Roma, Firenze, Pescara, Bergamo, Bologna, Lanciano e Lodi. Qui per vedere tutte le foto   gallery: AMA APPARENT MILLION AGE

 

Che cos’è AMA?
Apparent Million Age (AMA) è un gioco matematico che nasce dalla volontà di “umanizzare” il denaro. Sentiamo continuamente parlare di milioni di euro: stipendi, vincite, evasioni…tanto che la cifra è diventata per tutti noi familiare e, perché no, anche potenzialmente raggiungibile. Ci sentiamo tutti partecipi di questa giostra milionaria che in realtà non ci vede giocatori ma semplici spettatori, incapaci di misurare realmente una tale cifra. Ho iniziato così a far di conto e a quantificare un milione, non con beni extralusso così lontani dalla quotidianità dei più, ma con qualcosa che tutti noi conosciamo molto bene: il nostro lavoro e il nostro tempo.

Ogni idea ha la sua scintilla iniziale, la tua qual è stata?
Fortunatamente le idee possono svelarsi quando meno te lo aspetti. Ed è successo così: durante una passeggiata. Ero con il mio caro amico Andrea e come ogni lunedì mattina ci siamo visti per la pausa-caffè. In quel periodo, cinque o sei anni fa, il superenalotto metteva in palio ben 150 milioni di euro. I telegiornali e la stampa parlavano di file interminabili ai tabaccai. Sembravano tutti decisi a diventare milionari e, così, anche noi abbiamo voluto tentare la sorte. Gioco il mio euro, mi volto verso il mio amico e gli dico“ se vinco mi compro l’appartamento accanto al mio, così mi allargo un po’”. Lui, più esperto di grandi cifre, mi riporta alla realtà e mi fa notare che con quella somma avrei potuto comprare tutto il palazzo. Non ho vinto quei soldi ma da quel momento, da quella frase e da quella che sembrava una pausa-caffè è nato il mio progetto. Ho ripreso la calcolatrice in mano e ho giocato con gli amici, chiedendo loro in quanto tempo ipotizzavano di poter guadagnare, non risparmiare, un milione di euro.

Quali sono state le risposte?
La maggior parte credeva che in una vita lavorativa ce l’avrebbe fatta. Ma i calcoli svelavano presto la realtà. Seguivano poi reazioni di rabbia, di delusione ma c’è stato anche chi l’ha presa con ironia e leggerezza, mai con indifferenza. Così il gioco pian piano ha iniziato a coinvolgere anche conoscenti e amici di amici fino a diventare un progetto fotografico per il cui titolo devo ringraziare il professore Carlo Bernardini, che nell’introduzione al libro ha coniato l’acronimo AMA – Apparent Milion Age. Inizialmente il nome doveva essere “Un Milione”, una piccola citazione del Signor Bonaventura, fumetto del Corriere dei piccoli.

Chi sono i partecipanti al gioco?
31 ritratti di amici, di studenti del mio corso di fotografia dell’Upter ma anche persone che mi hanno chiesto espressamente di partecipare al progetto. Non c’è stato alcun criterio di selezione, se non quello di fotografare lavoratori che potessero quantificare mensilmente e in quel momento della loro vita uno stipendio fisso. I ritratti sono infatti affiancati da calcoli che mostrano quanti anni impiegherebbe ognuno di loro a veder passare tra le proprie mani un milione di euro, guadagnato se le loro condizioni lavorative rimanessero invariate nel tempo. È chiaro che questo progetto non ha le caratteristiche e non vuole essere un’indagine statistica o una ricerca sul lavoro. È piuttosto un invito al ritorno verso la giusta percezione delle cose tramite un semplice gioco matematico a cui tutti possono partecipare, perché quelle persone siamo noi, gente comune con stipendi ‘normali’. Chi guarda può individuare il proprio salario, sostituirsi al soggetto e prendere parte.

Qual è il risultato del gioco?
Sono i numeri ottenuti da calcoli semplici, dalla cui analisi ognuno di noi trarrà una personale conclusione. Ad esempio la famosa generazione “mille euro” per guadagnare un milione di euro impiegherà 84 anni, più di due vite lavorative, se quantifichiamo ogni vita lavorativa in 35 anni di lavoro. Ma l’obiettivo a cui aspiro è quello di far riflettere sul diritto-dovere di ogni individuo di rimanere vigile, perché anche noi siamo responsabili di noi stessi.

In realtà anche tu imbrogli chi guarda.
Si, o meglio, imbroglio un osservatore distratto. Ho voluto perseverare e sottolineare come uno sguardo superficiale sia a volte fuorviante anche se il tranello è palese. Per come è impostato graficamente il progetto, si potrebbe scambiare l’AMA, cioè gli anni che ogni soggetto fotografato impiega per raggiungere un milione, con l’età del soggetto stesso, attribuendo così ad esempio 84 anni ad un giovane. Eppure la realtà è evidente e la soluzione a portata di mano.

Parliamo delle foto, dove e come le hai realizzate?
Ogni ritratto ha luci e sfondi diversi perché sono state fatte in luce ambiente, durante una pausa pranzo, dopo il lavoro o durante il fine settimana. Non volevo foto seriali, ogni foto ha la sua unicità e ogni shooting la sua storia. Una sola cosa è uguale per tutti: il diaframma 1.4, cioè l’apertura dell’obiettivo con cui ho fotografato. Ho dato risalto agli occhi perché simbolicamente sono lo strumento che ci permette di capire, osservare anziché guardare. Nello sguardo delle persone che ho fotografato è evidente che c’è una partecipazione consapevole a questo progetto, e per ringraziarli di aver messo a disposizioni oltre che il loro volto anche i loro dati sensibili, ho dato a ognuno la possibilità di scegliere la foto in cui più si riconosceva, perché dove c’è uno scambio ci può essere la fotografia partecipativa.

Che cos’è per te la fotografia?
Per me fotografare significa una solo cosa: libertà, ed per questo che continuo dopo 30 anni a fare questo lavoro. In un’epoca dove troppo spesso fare foto corrisponde a fare dei post-it, io mi riapproprio del tempo, vivendo un’esperienza di vita in ogni servizio fotografico. Entro in relazione con le persone senza fretta, con l’obiettivo di conoscere chi ho di fronte, fotografando quello che sto vivendo, non quello che gli altri vogliono che io veda.

Che progetti hai per il futuro?
Andare al mare.

È un progetto fotografico?
Sì.

Chi è ANTONELLA DI GIROLAMO

Fotogiornalista freelance, ideatrice e fondatrice del webmagazine Openframe-ovunque fotografia

https://openversus.photoshelter.com/index

https://www.facebook.com/antonella.digirolamo.946

https://www.instagram.com/antonelladigirolamo/

 

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