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Omo, l’altra Etiopia di Antonella Monzoni

18 Feb 2019 @redazione

Un pezzo d’Africa primitiva e selvaggia. Uomini con kalashnikov spingono mandrie di vacche lungo piste di terra rossa fino alle sponde del fiume. Cortei di donne vanno e vengono dalle acque del fiume Omo con grandi zucche in equilibrio sulla testa. Pescatori dai corpi lucidi e dalle profonde cicatrici issano grandi pesci sulle spalle e li trasportano all’ombra del primo albero. Giovani barcaioli spingono tronchi-canoa: con una pertica sfidano la corrente fino all’approdo di fango dell’altra sponda.
Nella valle dell’Omo River vivono pescatori, agricoltori sedentari, cacciatori seminomadi, pastori transumanti, mandriani per i quali le vacche sono tutto, guerrieri armati più di fucili che di lance. Le donne, come ovunque in Africa, tengono assieme famiglia e società. Genti divise dal controllo dei territori e del bestiame e accomunati da una vita dura e difficile: risorse scarse, ricerca affannosa del cibo e di un benessere elementare. Costante ed endemica è la minaccia di morbi come malaria o malattia del sonno. Si sopravvive grazie ad un’agricoltura di sussistenza e ad un’economia arcaica.
I popoli dell’Omo River hanno tradizioni che si contaminano fra loro. Ritualità e cerimonie, feste, lutti e appuntamenti annuali (le lotte con i bastoni, le cerimonie del salto del toro per gli Hamer, le danze nei momenti di felicità) sono eventi rurali, semplici e complessi allo stesso tempo.
È un melting-pot di etnie. I Galeb sono eleganti e vanitosi, i Mursi sono celebri per le loro impressionanti deformazioni labiali, i Konso sono scultori di totem raffinati, ma anche contadini esperti e artigiani apprezzati. Gli Hamer sono tranquilli, disponibili e affascinanti, i Surma, popolo della sponda occidentale dell’Omo, sono bellicosi e diffidenti, i Karo sono nervosi e scontrosi.
I Dorze sono considerati i migliori tessitori dell’Etiopia e infine i Borana, dispersi lungo la frontiera con il Kenya.

 

CHI è Antonella Monzoni

pratica una fotografia di reportage profondamente umanista con una spiccata cifra intimista tesa all’assimilazione culturale del ricordo. Così in Madame (Premio Giacomelli 2007 e Selezione PhotoEspana-Descubrimientos 2008), in Somewhere in Russia (Premio Chatwin per la fotografia 2007) e in Silent Beauty (Menzione d’onore IPA 2008).
Nel 2009 con Ferita Armena riceve la Menzione Speciale Amnesty International Festival dei Diritti, è finalista al Premio Ponchielli e selezionata al festival Visa pour l’Image di Perpignan.
Sempre nel 2009 vince il Best Photographer Award al Photovernissage di San Pietroburgo e nel 2010 viene proclamata Autore dell’Anno FIAF.
Dal 2011 fa parte del Collettivo Synap(see).
Nel 2012 riceve il primo premio VIPA, Vienna International Photo Award.
Nel 2015 le viene riconosciuto il Premio Internazionale di Fotografia Scanno dei Fotografi.
Nel 2016 il suo libro Ferita Armena ha vinto il Premio Bastianelli come miglior libro fotografico pubblicato in Italia.
Nel 2018 diviene membro di Donne Fotografe, Italian Women Association e nello stesso anno FIAF le conferisce l’Onorificenza di Maestro della Fotografia Italiana MFI.

www.antonellamonzoni.it

FACEBOOK: antonella monzoni

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