Tutto ciò che sono di Anna Funder

03 Giu 2018 Camera con Svista @redazione
Tutto ciò che sono di Anna Funder

Anna Funder, Tutto ciò che sono, Feltrinelli, 2011

Due voci si alternano, quella di Ernst Toller, drammaturgo e rivoluzionario tedesco, e quella di Ruth Wesemann. Entrambi ripercorrono gli anni dell’ascesa del Nazismo, dalla breve e fallimentare Repubblica bavarese di cui Toller fu presidente, alla Notte dei lunghi coltelli, all’esilio a Londra perché minacciati dal regime di Hitler. Molti sono i personaggi che si intrecciano, donne e uomini dimenticati della Resistenza antinazista, ma al centro dei loro ricordi è soprattutto Dora Fabian, donna libera e coraggiosa che non smetterà di combattere il Nazismo fino alla sua misteriosa morte avvenuta nel 1935.

Dora aveva ricevuto in regalo una macchina fotografica a cassetta Schulpramie per aver concluso l’anno con il massimo dei voti. Era appoggiata su una mensola, in alto nella sua stanza. A lei non interessava, ma io ne ero affascinata: una scatola con un occhio. Me la misi sul petto e guardai in basso dentro il piccolo vetro. Conteneva ogni cosa in una miniatura arrotondata: la struttura di metallo del suo letto, il copriletto bianco, l’instabile pila di libri sul pavimento lì accanto. Percepii l’immediato velo di protezione che mi separava dal mondo: potevo guardare in basso eppure vedere dritto davanti a me. Ma soprattutto mi piaceva il fatto che mi desse un motivo per guardare. (…) All’inizio fotografai cose immobili. I romboidi di luce che si proiettavano sul tappeto di pomeriggio. I tegami di rame appesi in cucina, come timpani, e le loro ombre gemelle sul muro di gesso. La mia immagine riflessa nello specchio, la testa da mummia china sulla scatola, le ciglia scure che orlavano le bende bianche. L’otturatore era una leva a lato della scatola. mandava un lungo e sommesso rumore metallico, il rumore della cattura e del furto. Non possedevo niente, ma possedevo quei momenti.
Con il tempo mi feci coraggio e chiesi ai miei soggetti di stare immobili. Fotografai le mani infarinate del cuoco sopra la ciotola di ceramica e, una volta, il volto di Dora così da vicino da riprendere le tremule sfumature color mogano delle sue iridi. Un piccione sul davanzale della mia finestra diventò un’ombra grigia in movimento sulla carta fotografica.
(…)
passavo le mie giornate dietro alla macchina fotografica. Scoprii che una fotografia poteva rivelare particolari delle cose che non avevo afferrato al momento di scattare la foto. Era come se mi facesse percepire la pura essenza fisica di un soggetto, il suo peso e la sua bellezza nel mondo, senza con questo spogliarlo delle sue qualità simboliche. Fotografai fiammiferi in primo piano, con le loro grosse capocchie e sparpagliati a casaccio; una tromba delle scale vista dal basso, che si curvava su se stessa come un ventaglio a fisarmonica; i miei piedi su un letto, la gamba più corta accavallata sull’altra. Fotografai un messaggio scritto a mano – FAME! – su una colonnina spartitraffico, con un numero di casella postale per le donazioni; una donna nel nostro cortile che reggeva su un fianco un neonato mezzo nudo, le dita tuffate beatamente nella sua coscia paffuta. Fotografai Hans, gli occhi chiusi e il collo appoggiato all’indietro sul bordo della vasca, mentre le ombre rivelavano l’architettura del suo volto.
Nella camera oscura le fotografie diventavano via via sempre più nitide nella loro soluzione come se, alla fine, volessero schiudersi e darmi una risposta.
(…)
Indicai uno sgabello per Toller. “Cominciamo?”
Dora mi aveva chiesto di fotografarlo per il manifesto promozionale di Wotan scatenato, la sua nuova opera. Me ne aveva parlato in termini entusiastici: un’opera teatrale su un barbiere megalomane di nome Wotan che, attraverso un’abile combinazione di demagogia e violenze, vuole salvare la Germania del dopoguerra da ebrei e comunisti. (Se ci penso adesso! Pazzesco che Toller sia riuscito a prevedere con tanta chiarezza quello che sarebbe successo.)
Gli toccai leggermente le spalle per metterlo dritto davanti a me. Il fondale curvo dietro di lui era bianco come la sua camicia. La sua bella testa scura che emergeva dalla luce avrebbe creato un effetto bellissimo.
“Sii te stesso” dissi, tornando alla macchina fotografica.
“Facile dirlo.” Guardò la macchina fotografica sul treppiedi. “Tu puoi nasconderti dietro a quell’affare.”
Smisi di avvolgere la pellicola. Mi stava sorridendo in un modo che mi faceva sentire improvvisamente e assolutamente disarmata.
Tornai al mio lavoro.
“‘Sii spontaneo’,” continuò, “è la cosa peggiore che si possa dire a un attore. Vanno completamente nel pallone. Prendono un’aria di pigra insolenza”. Si sistemò sullo sgabello. Quando alzai di nuovo lo sguardo era in posa accigliato e con il mento appoggiato su un pugno, come il Pensatore di Rodin.
“Smettila di impersonare te stesso” gridò Dora dall’altra parte della stanza.
“Te l’avevo detto che era un’impresa” mi disse sommessamente, poi cominciò a sfoderare una posa dopo l’altra – pensatore, pugile, gorilla che si grattava i fianchi – come un attore che si stesse preparando o qualcuno in cerca del proprio personaggio. Non andava.
“Dee, potresti darmi una mano?” dissi.
Dora si avvicinò. le diedi un esposimetro da tenere dietro di me. Era inutile: avevo bisogno che Dora fosse nella sua visuale perché restasse fermo.
Quella fotografia diventò famosa. Da allora in poi fu usata per tutti i manifesti delle sue rappresentazioni e a volte anche dai giornali. E’ un primo piano in cui spiccano gli occhi. Sono grandi e miti e, in un certo senso, nudi. La bocca, piena e curva, è chiusa. La fronte è leggermente corrugata e c’è una fossetta simile sul mento. E’ come se ti avesse appena chiesto affettuosamente di partecipare a una delle sue cause: dar da mangiare ai russi affamati, abrogare le leggi di censura o liberare i prigionieri politici. E’ il ragazzo immagine del Nuovo Mondo del dopoguerra e, pur sapendo che forse avrai un prezzo da pagare, vuole te. E’ avvolto da un alone di luce fragile come vetro, come una bolla.

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