Una dolce carezza di William Boyd

18 Feb 2019 Camera con Svista @redazione
Una dolce carezza di William Boyd

William Boyd, Una dolce carezza, Neri Pozza, 2016

Nel libro la protagonista, Amory Clay, ripercorre in forma di diario la sua vita, dal collegio inglese all’avventurosa carriera di fotografa, durante la quale documenterà i bordelli nella Berlino degli anni Trenta, la Parigi appena liberata dai nazisti, Saigon nel 1968. Tre gli uomini che amerà, un affascinante editore americano, uno scrittore francese e un nobile scozzese che sposerà. Il volume è corredato da foto che fanno parte della collezione anonima di Boyd.

Rimasta sola nello sgabuzzino, staccai le foto dal filo. Sviluppavo sempre i negativi ma non li stampavo tutti, per non sprecare la carta: li esaminavo con la lente d’ingrandimento e sceglievo le immagini che mi dicevano qualcosa. Davo un titolo a ciascuna delle foto prescelte, non so esattamente perché, forse a imitazione dei pittori, o forse perché mi ero resa conto che in quel modo mi rimanevano più impresse nella mente. Infatti ricordavo quasi tutte le fotografie che avevo stampato, come un album della memoria. In quegli anni, l’arte della fotografia aveva ancora qualcosa di magico ai miei occhi: intrappolare, grazie alla luce, un’immagine sulla pellicola e poi trasferire quell’istante fugace sulla carta mi appariva una specie di stregoneria.
Le tre nuove foto finalmente si erano asciugate e le posai sul tavolino in fondo al ripostiglio. Le avevo intitolate: “Xan in volo”, “Ragazzo con paletta e bombetta” e “Al Lido”. Mi piacevano tutte e tre, in particolare la prima.
In una calda giornata di agosto eravamo andati a fare il bagno in piscina a Hove, e avevo costretto Xan a tuffarsi tre volte dal trampolino perché non ero sicura di averlo colto quand’era sospeso a mezz’aria.
Scrissi i titoli e le date sul retro delle fotografie e le riposi nell’album. Ad accomunarle era il movimento: amavo raffigurare le persone mentre camminavano, scendevano le scale, correvano, saltavano, l’importante era che non guardassero verso l’obiettivo. Mi piaceva cogliere quelle azioni e sottrarle al flusso del tempo – gesti sospesi, destinati a rimanere eternamente incompiuti. Bastava pigiare l’otturatore per rinnovare il prodigio, catturare un millisecondo di un’esistenza e farlo durare per sempre.
(…)
Charbonneau si mostrò più scontroso del solito durante la nostra cena successiva, in un pessimo ristorante del centro, il P’tit Paris. Prima ancora di leggere il menu andò avanti per un pezzo a denigrare quell’apostrofo!
“Volubile, petulante, egoista e viziato” dissi.
“Chi?”
“Tu. Peccato che non abbia la macchina fotografica. Sarebbe venuta una gran foto: “Il Francese Furioso””.
Jean-Baptiste non rise.
“Le ho viste le tue foto, sai?” disse in tono provocatorio.
“Cosa vorresti dire?”
“Ti credi un’artista. Ho letto i titoli: “Ragazzo con la racchetta da ping-pong” … “Ragazzo che corre”…”
“Ti sbagli” ribattei. “Non mi considero un’artista. Do i titoli alle foto solo perché mi aiuta a ricordarle. Però ci sono fotografi che sono veri artisti. Stieglitz, Adams, Kertész, August Sandler…”
“La fotografia non è arte” disse Charbonneau interrompendomi. “Punti l’obiettivo e scatti. E’ un gesto meccanico”. Prese la stilografica dal taschino e me la porse. “Tieni” disse e girò il foglio del menu, spingendolo verso di me. “Disegna un “Francese Furioso” e poi ne riparliamo”.
(…)
Stavo sposando Sholto Farr, l’uomo che amavo, non contava nient’altro per me in quel momento. Il matrimonio fu celebrato nel giugno del 1946, due mesi dopo il nostro incontro a Parigi. Non sopporto di vedere le foto ufficiali, con Dilys Farr al mia fianco livida di rabbia, ma Donalda McCrae, una delle cameriere, mi fotografò mentre scendevo dalla macchina. L’immagine è sfocata e scentrata, ma rimane una delle mie foto preferite. E’ una foto accidentale e per questo del tutto genuina. Ero felice quel giorno, al settimo cielo, e Donalda ne ha catturato un istante. Per sempre. Ogni volta che guardo quell’immagine rivivo le emozioni che mi affollavano il cuore nel momento in cui premette il pulsante. Una gioia quasi insostenibile…
(…)
L’unico aspetto sgradevole della mia nuova vita era che avevo abbandonato la professione di fotografa. Scattavo ancora delle foto, naturalmente, foto di famiglia, ma non era la stessa cosa. Era come se una parte di me fosse stata amputata: ora ero una moglie e una madre, con una grande casa a cui pensare. La vecchia Amory Clay sembrava svanita nel nulla.
Tenevo le mie macchine fotografiche in un armadio, avvolte una per una in pelli di camoscio e chiuse dentro sacchetti di plastica. Di tanto in tanto le tiravo fuori, con la nostalgia di un vecchio pistolero che impugna la sua sei colpi e vuole essere sicuro che sia ancora in perfetto stato.
Alcune di quelle foto di famiglia le scattai a colori, con le pellicole Kodachrome che stava diventando la norma. Guardandole ci ritrovavo il mondo “così com’era”, ma avrei preferito vederlo raffigurato come un tempo, in bianco e nero. Quello era il mio vero linguaggio e mi domandavo se, passando al colore, l’arte fotografica non avesse perduto qualcosa di essenziale. L’immagine in bianco e nero esaltava la potenza, la valenza artistica della fotografia, che mi pareva per contro sminuita dal colore: paradossalmente la monocromia, proprio per la sua evidente artificiosità, consentiva alla fotografia di dare il meglio di sé.

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